Sono 3,3 milioni i lavoratori delle imprese che operano in nero, di questi almeno 100 mila operano nelle false cooperative.

E’ così che in Italia l’economia sommersa ha sfruttato la crisi colpendo la parte più esposta e meno difesa del sistema: i lavoratori, che causa la scarse opportunità di scelta, decidono di accettare un lavoro in nero “ad ogni costo”.

I dati emersi dall’analisi presentata a Roma dal focus Censis-Confcooperative per il periodo 2012-2015, mostrano che mentre l’occupazione regolare si è ridotta del 2,1%, l’occupazione irregolare è aumentata del 6,3% con 3,3 milioni di lavoratori non monitorati.

Le imprese che ricorrono al lavoro irregolare riducono il costo del lavoro di oltre il 50%, penalizzando le aziende che al contrario operano in regime di legalità, ma anche il lavoratore stesso che si ritrova privo delle coperture previdenziali, assistenziali e sanitarie.

Secondo quanto constatato dalla Commissione sull’economia non osservata e l’evasione fiscale e non contributiva, istituita presso il Mef, il salario di un lavoratore regolare dipendente è in media pari a 16 euro lordi, al contrario, il salario di un dipendente irregolare corrisponde a 8,1 euro, dunque circa la metà.

Come si evince dalla tabella riportata di seguito, questo divario si registra sopratutto nel settore industriale (col 53,7% in meno), al quale seguono i servizi alle imprese (46,8%), le costruzioni (41,4%), e infine l’agricoltura, dove la retribuzione oraria è, inoltre, più bassa. 

L’evasione tributaria e contributiva in questo lasso di tempo ha raggiunto una media annua di 107,7 miliardi di euro, 97 dei quali riconducibili all’evasione tributaria e 10,7 all’evasione contributiva.

Come mostrato nella seconda tabella, tra le voci più rilevanti dell’evasione spiccano l’Iva che sfiora i 36 miliardi di euro, quella del mancato gettito dell’Iperf derivante da lavoro e impresa, che raggiunge i 35 miliardi di euro e l‘Irap che registra una mancata contribuzione di 8,5 miliardi.

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